Accordo di Dubai: la sfida climatica al 2030 e il ritardo delle rinnovabili
Indice
- Introduzione all’accordo di Dubai
- L’obiettivo globale e il divario dei target nazionali
- L’unione europea e l’attuazione dell’accordo di Dubai
- Le grandi economie mondiali tra ritardi e passi avanti
- Perché l’accordo di Dubai favorisce la crescita economica
- Analisi tecnica: il divario dei target nell’accordo di Dubai
- La situazione in europa e il ruolo dell’italia nell’accordo di Dubai
- Le grandi economie mondiali tra ritardi e passi avanti (approfondimento)
- Conclusioni e prospettive verso la cop30
Introduzione all’accordo di Dubai
L’accordo di Dubai, siglato durante la cop28, ha stabilito un impegno storico per la comunità internazionale. Ovvero quello di triplicare la capacità globale di energia rinnovabile entro il 2030.
Questo traguardo è considerato fondamentale per limitare il riscaldamento globale. Ciò entro la soglia critica di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Le analisi più recenti degli esperti mostrano che le promesse fatte tra i vari paesi non bastano. Infatti, queste intenzioni non si vedono ancora nei piani d’azione concreti dei singoli stati.
Il documento uscito dal vertice negli Emirati Arabi Uniti non è solo un desiderio per l’ambiente. Si tratta, invece, di una vera e propria necessità tecnica. Per rispettare l’accordo di Dubai, il mondo deve aumentare molto l’energia pulita. L’obiettivo è arrivare a una potenza di almeno 11 terawatt entro la fine del decennio.
Senza un cambio di passo nelle leggi dei singoli paesi, questo impegno rischia di restare solo una promessa. Se ciò accadesse, la stabilità del clima e la fiducia tra le nazioni sarebbero in pericolo.

Accordo di Dubai
L’obiettivo globale e il divario dei target nazionali
Nonostante la solennità dell’accordo di Dubai, i numeri attuali raccontano una realtà differente. Secondo gli esperti di Ember, le promesse attuali dei paesi porteranno a circa 7,4 terawatt entro il 2030. Questa cifra, però, è molto più bassa di quella necessaria per salvare il clima. Questo vuoto di 3,7 terawatt è un problema enorme.
Senza nuovi obiettivi, l’energia pulita nel 2030 crescerà meno del previsto. Invece di triplicare come promesso, riusciremo solo a raddoppiare la capacità del 2022.
Ad oggi, solo pochissimi paesi hanno deciso di migliorare i propri impegni. Questo accade nonostante abbiano già firmato l’accordo di Dubai. Su scala globale, appena 22 paesi hanno aggiornato i propri obiettivi nel corso del 2025. Alcuni di questi paesi hanno persino ridotto i propri impegni invece di aumentarli. Questo dimostra quanto sia difficile per la politica trasformare l’emergenza del clima in leggi vere e proprie. La lentezza nei processi di pianificazione nazionale rischia di rendere irraggiungibile la traiettoria necessaria per la transizione energetica.
L’Unione Europea e l’attuazione dell’accordo di Dubai
L’Unione Europea ha iniziato ad applicare l’accordo di Dubai aggiornando i propri piani nazionali. Questi documenti si chiamano Piani Nazionali Integrati per l’Energia e il Clima, o più semplicemente PNIEC. Tuttavia, gli aggiornamenti sono stati definiti modesti dagli analisti. La Spagna e la Francia hanno deciso di aumentare i propri obiettivi di alcuni gigawatt. Altre nazioni, come l’Italia, hanno invece mantenuto i valori vecchi senza aggiungere nuovi sforzi.
Per l’Italia, il rispetto dell’accordo di Dubai significa potenziare drasticamente la velocità di installazione di impianti fotovoltaici ed eolici. I piani nazionali prevedono una crescita dell’energia pulita, ma il ritmo attuale è ancora troppo lento. Questa velocità potrebbe non bastare per raggiungere l’obiettivo fissato a livello mondiale. L’Europa deve riuscire a mettere d’accordo le leggi di tutti i ventisette stati membri. Solo così il continente potrà continuare a guidare con credibilità la lotta contro il cambiamento climatico.
Le grandi economie mondiali tra ritardi e passi avanti
Il successo dell’accordo di Dubai dipende soprattutto dalle scelte dei venti paesi più ricchi del mondo. Queste nazioni sono infatti responsabili della maggior parte della produzione di elettricità a livello globale. Al momento, la situazione è mista. La Cina e l’India stanno seguendo delle strategie molto forti. L’India, per esempio, vuole triplicare la sua energia pulita per superare i 500 gigawatt entro il 2030. Esse rispettano così le promesse internazionali. Anche l’Arabia Saudita sta organizzando un cambiamento molto veloce. Il suo obiettivo è produrre metà della propria elettricità da fonti pulite entro pochi anni.
Dall’altro lato, preoccupano i rallentamenti in altre aree chiave. Negli Stati Uniti l’introduzione di nuove tasse e la cancellazione di vecchi piani ambientali creano ostacoli. Questi cambiamenti potrebbero ridurre il numero di nuovi impianti solari ed eolici previsti. Anche il Canada e la Russia non hanno ancora presentato nuovi obiettivi dopo l’accordo di Dubai. Questo vuoto di regole rallenta gli investimenti mondiali e la costruzione delle reti elettriche necessarie.
Perché l’accordo di Dubai favorisce la crescita economica
Avere obiettivi coraggiosi per il clima è un dovere verso la Terra. Allo stesso tempo, è una scelta che conviene molto a livello economico.Regole chiare servono a rassicurare chi vuole investire denaro. Molte persone sono pronte a pagare per il cambiamento se le leggi non cambiano continuamente.
Inoltre, programmare il futuro aiuta a migliorare le reti elettriche. Questo evita i guasti che spesso bloccano i nuovi impianti di energia pulita.Gli esperti dicono che l’accordo di Dubai è la strada migliore per ogni paese. Seguire questo piano garantisce a tutti di avere sempre l’energia necessaria.
Produrre energia in casa con il sole o il vento ci rende più indipendenti. In questo modo non dobbiamo più comprare gas o petrolio da paesi lontani e instabili. Questo serve a proteggere le famiglie dai rincari delle bollette. Inoltre, far crescere l’economia verde crea tanti nuovi posti di lavoro.
L’obiettivo globale e il divario dei target nazionali
I dati degli esperti mostrano che le promesse di Dubai sono lontane dalla realtà. Questo succede perché i piani dei governi sono troppo timidi e prudenti.Le tecnologie per il sole e il vento sono pronte e costano molto meno rispetto a dieci anni fa. Nonostante questo, molti governi non hanno ancora trasformato questo risparmio in nuove leggi.
Il vuoto di 3,7 terawatt non è solo un numero. Rappresenta migliaia di progetti che sono fermi o che non sono stati ancora immaginati. Per recuperare, dovremmo installare 1.000 gigawatt di energia pulita ogni anno fino al 2030. Al momento, stiamo andando alla metà della velocità necessaria.
Il problema non sono i soldi, ma la burocrazia troppo lenta per dare i permessi. Inoltre, mancano i lavoratori esperti per costruire queste grandi opere in poco tempo. Molti paesi poveri non riescono a ottenere prestiti a piccoli interessi. Per questo motivo, fanno fatica ad aiutare il mondo a raggiungere l’obiettivo deciso a Dubai.
La situazione in Europa e il ruolo dell’Italia
In Europa l’accordo di Dubai si unisce al piano Green Deal. Tuttavia, ogni paese si muove con una velocità diversa. La Commissione Europea ha chiesto di aggiornare i piani entro l’estate del 2025. I risultati ottenuti finora però non sono uguali per tutti.
La Danimarca e i Paesi Bassi corrono veloci con l’energia del vento in mare. Al contrario, i paesi del Mediterraneo non usano ancora tutto il loro potenziale solare. Il sole viene sfruttato poco a causa di troppe regole e del timore di rovinare il paesaggio. Questo blocca la crescita dell’energia pulita. Per l’Italia questa è una sfida importante per non dipendere dagli altri paesi. Confermare i vecchi obiettivi senza aumentarli potrebbe non bastare.
L’Italia dovrebbe installare almeno 8 o 10 gigawatt di nuova energia pulita ogni anno. Questa è una cifra che abbiamo raggiunto molto raramente in passato. Le prossime leggi sulle tasse e sulle zone dove si può costruire saranno decisive. Solo allora capiremo se l’Italia manterrà le promesse fatte alla fine della conferenza sul clima.
Le grandi economie mondiali tra ritardi e passi avanti
La Cina è il paese più importante per le scelte mondiali. Anche se usa tantissimo carbone, è la nazione che costruisce più impianti di energia pulita al mondo. Spesso la Cina supera persino i propri obiettivi. Senza il suo aiuto, l’accordo di Dubai sarebbe già considerato un fallimento sicuro.
Tuttavia, la Cina non ha ancora promesso ufficialmente al mondo di continuare così veloce. Questo silenzio preoccupa gli altri paesi. Negli Stati Uniti la situazione è l’opposto. In passato ci sono stati molti aiuti per le tecnologie pulite, ma ora c’è molta incertezza. Nuove leggi sulle tasse, come il “One Big Beautiful Bill Act” del 2025, stanno creando dubbi. Molti investitori hanno paura che gli aiuti per il sole e il vento vengano tagliati.
Inoltre, la rete elettrica americana è molto vecchia. Servono tantissimi soldi per sistemarla, altrimenti non potrà trasportare l’energia prodotta dai nuovi impianti nel deserto.
Conclusioni e prospettive verso la cop30
L’accordo di Dubai è la guida per le scelte del mondo fino al 2030. Tuttavia, metterlo in pratica è ancora un processo troppo lento. Il tempo sta finendo e la differenza tra le promesse e i fatti preoccupa molto. Senza un cambiamento veloce, l’obiettivo di non scaldare troppo il pianeta diventerà impossibile.
La prossima tappa importante sarà la conferenza COP30. In quell’occasione, tutti i paesi dovranno mostrare i progressi fatti davvero. Non basterà solo avere nuovi obiettivi più alti. Sarà necessario spendere molti soldi per le batterie che conservano l’energia e per migliorare le reti elettriche.
Rispettare l’accordo di Dubai è la prova finale per i leader mondiali. Solo passando dalle parole ai fatti potremo garantire un futuro sicuro ai giovani.
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