Trump: Challenge for the future

La politica energetica di Trump: un effetto boomerang?

Allora, mettiamola così. Quando si parla della politica energetica di Trump, del suo ritorno alla Casa Bianca, beh, si sa che sul fronte dell’energia e del clima le cose non restano mai uguali. È un po’ come se venisse messo un punto e si ripartisse da capo. Un vero e proprio cambiamento, specialmente nel modo in cui ci si racconta la famosa transizione energetica, quella che dovrebbe portarci via dai combustibili vecchi.

Però c’è un “però”, e qui sta il punto. Non è detto che quello che viene annunciato, magari a gran voce, diventi poi la realtà dei fatti. Il mondo dell’energia, vedete, è una cosa viva, che va un po’ per conto suo. A volte prende delle direzioni inaspettate. Magari va addirittura al contrario di quello che il presidente americano aveva in mente. Ed è proprio per questo che la politica energetica di Trump è così, come dire, curiosa. Succede spesso che finisca per creare effetti che non si aspettava nessuno. Cose che proprio non c’entrano niente con quello che voleva fare all’inizio. Diciamo pure che è un po’ come un boomerang: lo lanci in una direzione, e ti torna indietro da un’altra.

Trump

Perché la rivoluzione green non si ferma

La nuova amministrazione americana potrebbe sembrare che voglia tornare indietro sulla questione dell’energia pulita, sul “verde”, insomma. Ma bisogna guardare le cose per bene, con calma. La gente che studia queste materie, tipo Ivan Faiella ed Enrico Bernardini della Banca d’Italia, ci spiega una cosa fondamentale: il processo di “pulizia” dell’energia, quello che chiamiamo decarbonizzazione, alla lunga, va avanti quasi da solo.

E perché succede questo? Il motivo è semplice: dipende molto di più da quanto le nuove tecnologie diventano sempre migliori e da quanto le soluzioni “green” costano meno. Non tanto dalle idee politiche del momento, che vanno e vengono. Un esempio? Pensate al Texas. È uno stato che di solito vota Repubblicano, cioè, non è proprio il simbolo dell’ambientalismo a tutti i costi. Eppure, produce il doppio di energia rinnovabile rispetto alla California, che è un fortino Democratico, dove ci si aspetterebbe il contrario. Questo ti fa capire una cosa chiara: il mercato, alla fine, ha una sua forza. Non si fa influenzare più di tanto dalle etichette politiche.

In più, negli ultimi anni, la finanza sostenibile è esplosa. Non è più una cosa per pochi, per gli “addetti ai lavori”, ma è diventata una cosa normalissima. Ci sono un sacco di soldi che vengono investiti proprio nei progetti “verdi”, e questo spinge la transizione energetica, il passaggio a un’energia più pulita, sempre più avanti. Insomma, le tendenze di fondo non cambiano, anche se magari qualcuno vorrebbe. Questa spinta verso un’energia più pulita è forte, perché si basa su come funziona l’economia e su come avanza la tecnologia. Non è solo questione di quello che decidono i politici. Per questo, fermarla con un semplice ordine dall’alto diventa davvero difficile.

Mosse energetiche di Trump: un controsenso dietro l’angolo

Ora, passiamo a un altro punto interessante. Alberto Clò, che è il direttore di una rivista che si occupa proprio di queste cose, “ENERGIA”, ha studiato a fondo tutte le contraddizioni che si trovano nella politica energetica di Trump. Vediamole. Da una parte, l’amministrazione spinge forte sulle vecchie fonti fossili. Pensate al petrolio, o al carbone. E non guarda certo di buon occhio le energie rinnovabili, quelle “pulite”.

Però, c’è un rischio concreto. Tutte queste mosse potrebbero ottenere un effetto totalmente contrario a quello che ci si aspetterebbe. Il problema di fondo, e qui è il nodo, è che le decisioni prese da Trump non vanno d’accordo con il modo in cui funzionano i mercati oggi. Sono due cose diverse.

Prendiamo un esempio pratico. C’è l’idea di aumentare a dismisura la produzione di petrolio. Sia in America che fuori, nel resto del mondo. Il tutto per far scendere il prezzo della benzina, così la gente è contenta. Ma cosa succede, in realtà? Se in giro c’è troppo petrolio, il prezzo scende, è vero. Ma quello internazionale. E questo, alla fine, ha una conseguenza: taglia le gambe agli investimenti che le aziende vorrebbero fare nel settore. E quindi anche alla futura produzione di petrolio proprio lì, in America. Capite? È un meccanismo strano. Perché il mercato dell’energia è una macchina molto complessa. Non lo puoi mica controllare con un semplice interruttore, accendendo o spegnendo a piacimento.

Energia come arma segreta di Donald Trump?

Donald Trump vede l’energia come un jolly geopolitico, da usare per politica e affari. Il suo slogan “drill, baby, drill” nasce dall’idea di una “crisi energetica” USA. Eppure, l’America è già il primo produttore mondiale di petrolio e gas, con offerta abbondante e prezzi stabili da vent’anni. Con questa idea, Trump giustifica le sue mosse pro-fossili, puntando a “rimettere l’America al centro del gioco energetico”.

Impatto sulle rinnovabili e il clima globale

Anche se Trump spinge i combustibili fossili, le rinnovabili sono ormai molto convenienti. Investimenti enormi (280 miliardi di dollari nel 2023) in tanti stati dimostrano la loro forza. Le sue mosse potrebbero avere meno impatto del previsto, dato che l’energia pulita piace e fa risparmiare. Le decisioni americane contano, ma è difficile che modifichino radicalmente il panorama energetico mondiale. Il mercato globale è un sistema complesso che tende ad assorbire le scelte di un singolo paese.

Effetti sui mercati petroliferi

La domanda è se gli USA produrranno davvero più petrolio con “drill, baby, drill” per abbassare i prezzi della benzina. Se c’è troppa offerta, i prezzi internazionali potrebbero crollare, come sta già accadendo. Questo danneggerebbe gli investimenti nel petrolio e, di conseguenza, la futura produzione interna americana.

Il settore del petrolio tra speranze e casini

Parliamo ora del settore degli idrocarburi, cioè petrolio e gas. Con l’amministrazione Trump, hanno sentito un po’ di “vento in poppa”, un periodo favorevole. Hanno pensato di investire un sacco di soldi. Perché? L’idea è che la domanda di energia dai combustibili fossili rimarrà alta per un bel po’ di tempo. Così, hanno messo un po’ da parte la famosa transizione “verde”.

Un esempio che fa capire bene questo cambio di idea arriva da BP, una grossa azienda del petrolio. Ann Davies, una loro vicepresidente, ha detto “we love exploration”, che significa “ci piace l’esplorazione”. Suona strano, vero? Poco prima, infatti, la stessa BP aveva annunciato che avrebbe tagliato la produzione del 40% entro dieci anni. Un bel controsenso.

Però, c’è un rovescio della medaglia. Tutti questi investimenti sono un po’ in bilico. Il motivo è il casino, la confusione e l’incertezza che l’amministrazione Trump crea. Soprattutto per le tensioni politiche che accende in giro per il mondo, spesso più forti di quelle viste nel suo primo mandato. Quindi, non è affatto detto che la produzione aumenti per davvero, come si spera. Anzi, un aumento esagerato, pensato per far scendere i prezzi della benzina, potrebbe finire per “affossare i prezzi internazionali”. È quello che sta già succedendo, tra l’altro. E questo farebbe male agli investimenti nel petrolio. E di conseguenza, anche alla futura produzione interna americana. Insomma, un bel pasticcio.

Per finire: la politica energetica di Trump e le sue sorprese

Insomma, le decisioni di Donald Trump sull’energia potrebbero non portare i risultati che lui si aspetta. Anzi, la cosa più probabile è che succeda il contrario. La sua politica energetica di Trump, anche se sembra puntare a obiettivi precisi, è più importante per gli effetti che crea senza volerlo sul panorama energetico mondiale, piuttosto che per quello che dice di voler fare. La sua influenza si vede non tanto nel cambiare di botto il mercato o la tecnologia, ma nel creare un clima di incertezza che, alla fine, porta il mercato e le aziende a reagire in modi che non erano certo nei suoi piani.

Lo staff di EnergieChiare

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